CARATTERISTICHE NATURALI E ANTROPOLOGICHE


Terra di vulcani, l’asprezza dei luoghi


Il Lamone si configura con un aspetto forte, aspro e selvaggio, ricco di ammassi lavici, anfratti bui e siepi impenetrabili. La foresta si è sviluppata su un vasto plateau lavico allungato e debolmente inclinato in direzione SW, marcato da alcuni rilievi principali, come il cono di scorie del Semonte, o come le innumerevoli “murce” o cumuli di massi lavici. Le “pile” sono morfologie cal-deriche di lava dovute al collasso di antiche strutture geologiche, del tipo dei domi e coni vulcanici, frequenti nella Selva del Lamone.

La morfologia di questo tipo maggiormente conservata è quella denominata Rosa Crepante, geosito che costituisce un vero e proprio anfiteatro naturale di lava.

Di aspetto regolare e pianeggiante appaiono invece le aree interessate dalle coltri vulcaniche di Pian di Lance e Pian di Lancino nella parte NW e di Campo della Villa nel settore Sud.

Affioramenti più antichi risalenti al Cretaceo e Eocene sono costituiti dalle arenarie appartenenti alla formazione della Pietraforte, messi in luce dall’erosione prodotta dal corso del torrente Olpeta presso il ponte di Vall’Empio.

Nel settore settentrionale del Lamone (loc. Pian di Lance) ed in quello meridionale (loc. Campo della Villa) affiorano piroclasti incoerenti, depositi vulcanici prodotti da cicli eruttivi diversi caratterizzati da una scarsa coesione. Travertini, formatisi in seguito a processi di precipitazione chimica in acque idrotermali, sono localizzati nei pressi di Campo del Carcano e Santa Maria di Sala.

La Flora


La Selva del Lamone si trova nella fascia fitoclimatica del castanetum; la fitocenosi forestale è costituita dal bosco misto di latifoglie, con prevalenza di cerro nelle zone con uno sviluppo maggiore di suolo e di umidità. Le specie del piano forestale dominante sono soprattutto cerro, roverella, acero campestre, acero minore, carpino nero, ornello e localizzati popolamenti di bagolaro. Tra le specie secondarie che formano il sottobosco e i cespuglieti si segnalano tra gli altri; olmo campestre, sorbo domestico, ciavardello, melo e pero selvatico, nespolo, biancospino, prugnolo, corniolo ed agrifoglio.

A quote minori ed in aree assolate si ritrovano elementi tipici della macchia mediterranea con consorzi arbustivi a ilatro prevalente e residui di lecceta. Le particolarità botaniche più interessanti si rinvengono nelle aree con maggiore umidità, dove si individuano lembi di faggeta depressa associati ad altre specie mesofile come l’acero opalo, il carpino bianco, l’agrifoglio. Il toponimo “i Tigli” tradisce l’esistenza di esemplari isolati di tiglio cordato, essenza allo stato selvatico in forte rarefazione nel Lazio. Il sottobosco, dominato da pungitopo e prugnolo, dona in primavera una splendida fioritura in cui spiccano sulla lettiera ciclamini, anemoni, ornitogali, muscari, agli, crochi e trentacinque specie censite di orchide. Le fungature primaverili ed autunnali forniscono all’appassionato, assieme a molte altre specie, porcini, ovoli, prataioli, mazze di tamburo, russole, prugnoli e galletti.

Le “pile” consentono la presenza di microambienti particolari caratterizzati da una netta inversione termica ed elevato tasso di umidità con temperature maggiormente costanti sul fondo durante il volgere delle stagioni. Queste caratteristiche fanno sì che sulle rocce si sviluppino folti tappeti di muschi e licheni e, tra le fessure delle pietre, vegetino numerose, talvolta rare, specie di felci, tra cui l’Asplenium settentrionale.

Con il termine locale “Lacioni” si indicano quelle morfologie depresse stagionalmente allagate tipiche del Lamone. Queste piscine naturali si formano nel periodo invernale e sopravvivono fino alla tarda primavera. Si tratta di preziosi ecosistemi che costituiscono l’unica risorsa idrica all’interno della Selva che alimenta una ricca comunità vegetale con specie rare fornendo l’acqua per gli animali soprattutto nel periodo riproduttivo.


La Fauna


La Selva del Lamone costituisce un complesso ecosistema che ospita una ricca comunità animale. La biodiversità faunistica è estremamente varia grazie ad un ambiente diversificato e ben conservato, con una morfologia del soprassuolo movimentata e ricca di anfratti con funzioni rifugio di molte specie. Tra le rarità merita una citazione la lontra, segnalata lungo le rive del fiume Olpeta; la popolazione residua del sistema Fiora-Olpeta costituisce una delle ultime dell’Italia centrale di questo splendido animale. Il fitto bosco ospita altri mustelidi come la faina, l’elusiva martora, il tasso, la donnola e la più rara puzzola. Notevole la presenza del gatto selvatico i cui avvistamenti, sempre più frequenti, denotano l’esistenza di una vitale popolazione. Tra le altre specie che frequentano i diversi habitat protetti ricordiamo la volpe, il riccio, l’istrice, il moscardino, lo scoiattolo, il ghiro, la lepre.

Tra gli ungulati spicca il cinghiale, di origine alloctona. Da oltre un decennio l’area è stata ricolonizzata dal capriolo che ha trovato proprio nel Lamone un ambiente rifugio particolarmente adatto alla specie.

La sostanziale buona conservazione dell’ambiente naturale si riflette anche sulla presenza di una varietà di uccelli da preda. Fra i rapaci diurni si segnalano la poiana, il falco pecchiaiolo, lo sparviero, il gheppio, il grillalo e, in primavera ed estate, specie migratorie e nidificanti nell’area come la rara albanella minore che realizza il nido al suolo all’interno delle colture cerealicole e il maestoso biancone specializzato nella predazione di serpenti. La foresta di notte si popola di rapaci notturni la cui presenza è tradita dai suggestivi versi delle molte specie presenti quali l’allocco, la civetta, il barbagianni, il piccolo assiolo ed il gufo comune. Una estesa formazione forestale come il Lamone non può non essere popolata da molte specie legate a questo tipo di ambienti: vi si trovano il picchio verde, il picchio rosso maggiore (simbolo della Riserva), il rigogolo, la beccaccia, l’upupa, la ghiandaia; gli ambienti aperti e le zone riparali dei corsi d’acqua ospitano altre specie come il gruccione, la gazza, l’averla piccola, l’airone cenerino, la garzetta, l’airone guardabuoi. Le macchie intricate, le siepi e i cespuglieti costituiscono l’habitat ideale per numerose specie di passeriformi come: la cinciallegra, la cinciarella, il merlo, il pettirosso, lo scricciolo, l’usignolo, il frosone, il cuculo, la capinera, l’occhiocotto. Ben rappresentati, e ciò è sinonimo di buona conservazione ambientale, sono i rettili con la testuggine comune, la testuggine palustre, la lucertola muraiola, la lucertola campestre, il ramarro, la luscengola, l’orbettino, il biacco, il cervone, la biscia dal collare, la natrice tassellata, la rara coronella girondica e la vipera aspide.

I Lacioni e i fontanili permettono la sopravvivenza e la riproduzione di Anfibi Urodeli come il tritone punteggiato ed il tritone crestato, nonché tra gli Anuri, la rana agile, il rospo comune, la bombina variegata ed il rospo smeraldino. Nei fossi del Verghene, della Faggeta e del fiume Olpeta si attesta una popolazione del raro e ormai localizzato gambero di fiume, obiettivo prioritario di salvaguardia da parte della riserva. Almeno cinque specie di pipistrelli, tra cui il poco comune ferro di cavallo maggiore, vivono tra i boschi e le aree ruderali dell’area protetta.

Alcune rarità vengono segnalate tra i Coleotteri Nitiduli, tra i quali Meligetes Bucciarelli, che trova nella Selva del Lamone una delle stazioni più settentrionali del suo areale di diffusione, mentre per contro, il Coleottero Catateride Brachypterolus vestitus, la popolazione della selva ne costituisce il nucleo più meridionale. La biomassa forestale marcescente costituisce l’ecosistema ideale per la presenza di una ricca fauna entomologica xilofaga, ovvero di quelle specie che si nutrono del legno in decomposizione, a riprova dell’importanza della conservazione, per la biodiversità, della foresta sia “viva” sia “morta”.


Il paesaggio dell’uomo, archeologia e storia


Nell’area protetta, le testimonianze più antiche del popolamento umano sono rappresentate da industrie litiche di superficie del Paleolitico medio rinvenute in località Roppozzo e Cavicchione. Ma è con l’Eneolitico che la regione dell’Alto Lazio e soprattutto la Valle del Fiora viene interessata da un intenso diffondersi del popolamento di gruppi socialmente strutturati afferenti a quella che viene definita Cultura di Rinaldone, genti che hanno lasciato evidenti tracce nel Lamone e nei suoi immediati dintorni nelle importanti necropoli, carattezzate da tombe cosiddette “a forno e a grotticella”, come quelle del Palombaro, Gottimo, Pantalla, Valle della Chiesa, Saltarello e Naviglione. È probabilmente lesto il periodo in cui si sviluppa una forma stanziale ffusa che interessa l’intero Lamone, una strategia insediamentale che si protrae per tutta l’età del Bronzo con villaggi, cinti da muraglioni difensivi, costituiti da capanne di legno con probabili coperture in frasche edificate su bassi muretti di pietra.

Ascrivibili all’ Antica età del Bronzo ed il Bronzo Medio sono gli insediamenti di Roccia, Prato Pianacele, Murcia Bianca, Valle Felciosa, il Troccolo, Mandria d’Arsa, Campo della Battaglia, Valderico. Con tutta probabilità a questo periodo si riferisce la necropodi Roccoja, attualmente oggetto di indagine archeologica da parte dell’Università Statale di Milano. Il bronzo recente è rappresentato da un piccolo abitato nei pressi della Sorgente della botte, immediatamente oltre i limiti della Riserva Naturale. Durante il Bronzo Finale si svilupparono alcuni abitati, dal carattere insediativo proto-urbano, i più importanti dei quali sono rappresentati dal sito Sorgenti della Nova, un articolato insediamento protostorico oggetto di indagine archeologica da parte dell’Istituto di Archeologia dell’Università Statale di Milano, tra i più complessi per planimetria e tipologia istruttiva dell’intera penisola e dal sito individuato sul rilievo occupato successivamente dal centro storico Medievale di Farnese.

Intorno alla fine del X secolo a.C. si assiste all’abbandono dei siti e ad una dinamica demografica di concentrazione delle genti verso pochi insediamenti principali, processo che darà vita ai grandi centri proto-urbani e urbani di età etrusco-arcaica, come Vulci nel caso del nostro territorio.

Per il periodo etrusco resti di frequentazione sono riconoscibili per il VI secolo a.C. nelle aree limitrofe alla Selva, come Naviglione; mentre nella seconda metà del IV secolo a.C. venne edificato l’abitato fortificato di Rofalco oggetto di campagne di scavo dirette dal Gruppo Archeologico Romano, con il suo imponente sistema difensivo costituito da un aggere e muraglione di cinta in opera a secco. Contemporanee sono la tomba gentilizia a camera del Gottimo ed alcune fattorie, come quella individuata nel fondo Bastiano, nei pressi di Valle Felciosa.

Con la romanizzazione del territorio maremmano e la conseguente caduta di Rofalco, avvenuta intorno al 280 a.C, si assiste ad una parcellizzazione del territorio agricolo attraverso la realizzazione di sistemi di drenaggio delle acque di percolazione e la realizzazione di una fitta rete viaria, testimone della quale rimane, tra gli altri, il tratto basolato di Campo della Villa a servizio anche di diverse ville rustico-residenziali evidenziate nelle località di Semonte, Campo della Villa, La Mandriola, il Troccolo, la Chiavacciola, Valle Conte per citarne alcune. Dopo la caduta dell’Impero Romano il Lamone venne ricompreso nel territorio della Tuscia Langobar-dorum. Una necropoli longobarda è stata indagata in località Campo del Nocio, nei pressi di Valderico.

Durante il primo Medioevo, si assiste, in particolare nei pressi delle preesistenti fattorie romane come alla Mandriola e al Campo della Villa, alla fondazione di castra fortificati. In particolare l’incastellamento interessa la zona di Valderico, Casali di San Pantaleo, Prato di Fra Bulino, Santa Maria di Sala e Sorgenti della Nova. La località di Sala venne interessata alla fine del XII sec. dall’insediamento di una comunità monastica cistercense che vi si attestò per circa cinquantanni realizzando, oltre all’abbazia omonima di Santa Maria di Sala, opere di regimazione idraulica dei campi.

Tutti questi siti risultano abbandonati nella prima metà del XIII secolo, quando la signoria del territorio passò ai Farnese.

Il territorio del borgo di Farnese, nel IX secolo, era parte  della Tuscia Longobardorum sotto la diretta influenza degli imperatori franchi. Con la fine del XI secolo il noto fenomeno dell’incastellamento determinò la nascita del castrum di Farnese. Menzionato per la prima volta in un documento del 1210 in cui si registra il passaggio del feudo dall’imperatore Ottone IV a Ildebrandino Ildebrandeschi, feudo di cui erano parte vasti territori della cosiddetta Terra Guiniccesca. Legato alla storia della potente famiglia omonima, i Farnese duchi di Latera, Castro, Parma e Piacenza che dette i natali tra gli altri al Pontefice Paolo III, il centro ne fu amministrato per quasi quattro secoli (XIII – XVII sec). Passato ai Chigi (1658) in seguito a dissesti finanziari dei Farnese, il centro subì un processo di decadenza che determinò, tra l’altro il sorgere del fenomeno del banditismo; in seguito all’occupazione napoleonica, il piccolo stato rientrava (1825) nei territori della Camera Apostolica.

La fine del XIX e l’inizio del XX secolo segnarono un periodo in cui ci furono importanti innovazioni per il paese: il completamento dell’acquedotto, la realizzazione delle scuole, della centrale elettrica ecc.. Tuttavia le condizioni in cui versava la popolazione nell’immediato post-unitario determinò l’acuirsi del fenomeno del brigantaggio.


Il brigantaggio


Per la sua caratteristica di selva intricata ed impervia, ricca di nascondigli e zone di confine, oggi tra diverse Regioni, un tempo tra Stati diversi, il Lamone per lungo tempo ha offerto rifugio a briganti, contrabbandieri ed altri disperati. Nei documenti dell’Archivio Storico di Farnese moltissimi sono i riferimenti ed i provvedimenti riguardanti il banditismo, vera e propria piaga endemica della Maremma e più in generale dell’Italia centro-meridionale, soprattutto nella immediata fase post-unitaria, le cui cause vanno ricercate nelle misere condizioni di vita degli abitanti dovute anche all’attuazione di f strategie politiche e di controllo territoriale spesso vessatorie. Il brigante, diventato tale più per necessità che per vocazione, talvolta vestiva i panni del ribelle sociale.

Soprattutto nella seconda metà dell’Ottocento la Selva del Lamone divenne rifugio di bande ben organizzate, che taglieggiavano “discretamente” i proprietari terrieri, garantendo loro la sottomissione dei lavoratori. Chi stava alla macchia non era certo un chierichetto, talvolta autore di delitti sanguinari e feroci, spesso rivolti contro i “traditori” o altri banditi che cercavano di introdursi nel territorio. Moltissimi sono i personaggi che nei secoli hanno lasciato il ricordo brutale delle loro gesta: Saltamacchione, Federici, Biscarini, Pastorini, Marintacca. Non mancavano fino ad allora gli omicidi eccellenti, anche nel lontano passato si ricordano fatti si sangue come quello clamoroso perpetrato da un nobile dotato di immunità, il conte Orso Orsini di Pitigliano, che nel Lamone, per gelosia, uccise, nell’inverno del 1573, Galeazzo Farnese. Le più famose “doppiette” del brigantaggio locale furono Domenico Biagini, Luciano Fioravanti, David Biscarini, Basilietto e Domenico Tiburzi. Quest’ultimo in particolare, con una certa “modernità” seppe creare un vero e proprio racket dalle caratteristiche mafiose, calcolato sulle effettive disponibilità economiche dei taglieggiati, garantendo loro protezione con l’allontanamento e l’eliminazione fisica di altri eventuali loschi personaggi ed il mantenimento di un ordine sociale fondato sul convincimento forzato dei lavoratori.

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