La fotoincisione

 

 

Quando il circuito stampato che si vuole realizzare è formato da più di qualche resistore oppure si vuole fare una piccola serie, l’uso del metodo del trasferimento diretto diventa improponibile. A livello hobbistico la soluzione migliore è la fotoincisione: anche se il nome potrebbe trarre in inganno, non sostituisce l’incisione chimica ma è solo un metodo per “disegnare” sul rame le piste usando la luce; il passaggio nel bagno di incisione è comunque necessario.

I vantaggi della fotoincisione rispetto al trasferimento diretto sono molti:

 

  • Una volta fatto il master, risulta facile riprodurre più esemplari dello stesso circuito stampato
  • È possibile usare piste e piazzole con dimensioni ridotte e precise
  • L’utilizzo del PC (peraltro non indispensabile) è comodo e semplifica il lavoro, sia usando software generico di disegno vettoriale (da AutoCad a CorelDraw! a inkscape) sia software specificatamente dedicato alla progettazione di circuiti stampati, quali OrCad, CirCad, Protel, PCB e altri. Se vi interessa, date un’occhiata al tutorial su OrCad Layout
  • La qualità complessiva del circuito stampato risulta buona, paragonabile a schede industriali di qualche anno fa.

Ovviamente ci sono anche svantaggi:

 

  • È necessario un maggior numero di passaggi chimici
  • È necessario l’uso di un bromografo
  • È vivamente consigliato (ma non indispensabile) ricorrere a basette pre-trattate, più costose

Inutile dire che i vantaggi coprono abbondantemente gli svantaggi in quasi tutti i casi.

Per realizzare un circuito tramite fotoincisione occorre:

1. Disegnare il basetta
2. Esporre ai raggi ultravioletti la basetta
3. Sviluppare chimicamente la basetta
4. Procedere all’incisione chimica e alle altre operazioni identiche a quelle previste da altre tecniche

 

Il master


Il master di un circuito stampato è costituito dal disegno in scala 1:1 delle piste su un supporto più o meno trasparente: può essere usato un foglio di acetato oppure carta da lucido per disegni tecnici. In molti casi anche un foglio di carta comune è adeguato, provare per credere! E’ importante che il foglio sia trasparente non tanto alla luce visibile quanto agli ultravioletti: i materiali di cui sopra lo sono sufficientemente.

L’acetato ha il vantaggio/svantaggio di essere perfettamente trasparente anche alla luce visibile ma è più difficile realizzare i disegni in quanto servono strumenti di disegno specifici, peraltro reperibili in un negozio per articoli tecnici. Se si intende stampare o fotocopiare il disegno, è necessario ricorrere a prodotti specifici per stampanti laser o a getto di inchiostro.

Un foglio di acetato generico, inserito in una stampante laser o in una fotocopiatrice, rovina il tamburo di fusione in modo permanente, con danni molto rilevanti.

È possibile invece usare la carta da lucido con normali strumenti da disegno, ed in particolare stampare con stampanti laser e fotocopiatrici (per le quali esistono peraltro anche supporti specifici). Da notare che i fogli da lucido non appaiono trasparenti alla luce (nel senso che sono traslucidi e non si vede chiaramente cosa c’è dall’altra parte) ma lo sono sufficientemente rispetto agli UV, che è poi quello che interessa.

Infine esiste la possibilità di usare la carta comune per fotocopiatrici, materiale che pur apparendo bianco, è semitrasparente alla luce ultravioletta. Il vantaggio (a parte il costo e la disponibilità…) è la perfetta compatibilità con tutti i sistemi di disegno e le stampanti, fatto che permette di ottenere disegni di altissima qualità. Lo svantaggio è legato al fatto che la non perfetta trasparenza implica elevati tempi di esposizione, da effettuare possibilmente con un bromografo di elevata potenza. La qualità complessiva dei risultati usando la carta comune dipende fortemente dallo spessore dalla carta usata, dal tipo di sbiancanti utilizzati nella sua produzione, dalla potenza delle lampade usate e soprattutto dalla qualità del sistema di stampa, che deve utilizzare inchiostri perfettamente opachi per non ridurre eccessivamente il contrasto: prima di procedere occorre quindi fare prove molto approfondite, in quanto molti passaggi sono critici e sono necessari diversi tentativi per ottenere buoni risultati. Il vantaggio è la possibilità di ottenere i migliori risultati quando si lavora con piste estremamente sottili o isolamenti elettrici ridotti.

La caratteristica fondamentale del disegno da utilizzare come master è che le tracce devono essere perfettamente opache alla luce ultravioletta; ciò implica due cose:

 

  • La vernice deve essere assolutamente non trasparente ai raggi ultravioletti: il colore visibile è irrilevante (normalmente si usano inchiostri neri, ma a volte anche rossi). Ovviamente nessuno è capace di misurare a casa, neppure orientativamente, questa trasparenza se non provando direttamente a realizzare un circuito. Per nostra fortuna però molte delle sostanza che appaiono nere ai nostri occhi (trasferibili, china e inchiostro di ink-jet nero, toner di stampanti e fotocopiatrici) sono effettivamente opache agli UV. Ciò non vale invece per un generico inchiostro rosso che, in genere, è trasparente agli UV: occorre il cosiddetto rosso attinico, reperibile solo presso rivenditori specializzati.
  • La vernice deve essere stesa in modo molto accurato, cioè senza “buchi” o sbavature.

Per una verifica approssimativa della qualità del master è possibile usare un piano luminoso oppure, più semplicemente, appoggiarsi al vetro di una finestra in una giornata luminosa: il master deve apparire perfettamente nero e omogeneo dove è stato annerito.

Inutile dire che se sono presenti i difetti, la qualità del lavoro risulta in tutto o in parte compromessa, in funzione della gravità di tali difetti. Qualcuno consiglia di sovrapporre due o più fogli con lo stesso disegno: è l’ultima spiaggia, applicabile solo se le piste e gli isolamenti sono piuttosto grossi. Un (piccolo) ritocco con pennarello nero indelebile a punta fine o raschietto è sempre possibile, a condizione che i difetti siano pochi e la pazienza tanta. Ma forse è meglio ristampare.

Molte esperienze che spesso si leggono sui gruppi di discussione di elettronica amatoriale riportano successi utilizzando molte stampanti ink-jet moderne (in particolare fotografiche di ultima generazione) o laser. Veramente importante è usare un foglio adatto al tipo di stampante e di inchiostro, anche se a volte costoso, ed impostare la stampante come consigliato dal produttore per la massima qualità (in genere tutti i driver sotto Windows hanno una modalità specifica per i lucidi e/o acetato).

Una soluzione: portate il vostro file ad una tipografia e chiedete di farvelo stampare su di un fotoplotter o con una macchina da fotolitografia: risultato eccezionale anche se è un po’ scomodo.


La basetta con vernice fotosensibile


Il materiale di base per usare la tecnica della fotoincisione è costituito da una normale basetta per circuito stampato su cui è stesa in modo omogeneo una particolare pellicola resistente all’incisione (photo-resist coated board o basetta presensibilizzata); se si illumina questo tipo di supporto con luce ultravioletta il polimero che costituisce la struttura di base della vernice diventa solubile in una soluzione basica e quindi può essere facilmente rimosso.

L’idea che sta alla base è questa:

 

  • illumino la basetta con UV solo nei punti che mi interessano, cioè nei punti da cui voglio togliere in rame
  • rimuovo per via chimica la sola vernice esposta alla luce
  • infine incido con cloruro ferrico, togliendo il solo rame rimasto scoperto.

A voler essere pignoli esistono vernici fotosensibili che funzionano esattamente al contrario (diventano resistenti all’incisione dove arriva la luce UV e sono quindi chiamate “negative”) ma probabilmente non sono più in commercio da tempo.

La cosa più comoda è quella di comprare una basetta con già la vernice fotosensibile stesa sopra. La basetta è venduta con una pellicola adesiva oppure in busta di alluminio sottovuoto, a scopo protettivo: fin quando è tenuta in questo modo la si può trattare senza particolari attenzioni. Unica avvertenza è quella di comprarne una quantità ragionevole perché, con il tempo, tende ad invecchiare, soprattutto se lasciata ad alta temperatura; non è però il caso di preoccuparsi; certo un po’ di attenzione è opportuna ma sicuramente non vanno tenute in frigorifero, come a volte si legge.

 


 

Un’alternativa finalizzata ad un consistente risparmio economico è quella di stendere da soli la vernice. Se proprio volete provare, trovate in commercio bombolette spray apposite (un esempio è Positiv20, diciamo 10 euro a bomboletta). Se proprio volete provarci, attenzione alle istruzioni, alla polvere, alla stesura in uno strato sottile ed omogeneo, alla perfetta essiccazione al buio. E auguri… Altrettanti se non maggiori auguri servono a coloro che vogliono cimentarsi nell’uso di vernici liquide, da stendersi usando una sorta di giradischi per renderne perfettamente omogeneo lo spessore.

Quando si toglie la pellicola protettiva, la basetta diventa decisamente più delicata in quanto sensibile alla luce ambiente. Non si tratta di carta fotografica, quindi scordatevi la necessità di una camera oscura, ma qualche attenzione è necessaria:

 

  • Evitare assolutamente la luce solare diretta; vi consiglio vivamente di accostate le imposte e chiudete le tende, soprattutto se la giornata è luminosa
  • Evitate attese sotto fonti luminose artificiali intense, soprattutto se tubi al neon o lampade alogene
  • Fate le lavorazioni in modo ragionevolmente rapido, togliendo la carta protettiva solo quando effettivamente serve (in un mezzo minuto in penombra comunque non succede molto).
  • Ovviamente, come sempre, evitate ditate o graffi sulla basetta.

Lo strumento utilizzato per esporre la basetta è il bromografo, descritto in un’apposita pagina.


Lo sviluppo

 

Per evidenziare il disegno delle piste dopo l’esposizione è necessario utilizzare l’apposita soluzione alcalina: lo sviluppo non fa altro che sciogliere la vernice fotosensibili illuminata dagli UV, lasciando intatta la parte rimasta in ombra.

I prodotti chimici necessari sono venduti a caro prezzo nei negozi di elettronica. In realtà basta la comunissima soda caustica (NaOH), anche non pura, reperibile in qualunque laboratorio di chimica a pochi euro al Kg (ma a voi ne bastano pochi grammi). Se avete un amico chimico: problema risolto. Altrimenti provate in una ferramenta. O ancora potete recarvi in un supermercato nel reparto dei detersivi e cercare tra disgorganti per impianti idraulici: leggete la composizione e ne troverete certamente uno a base di NaOH.

Qualche avvertenza:

 

  • La soda caustica è… caustica e quindi corrode violentemente molte sostanza ed è pericolosa ad esempio per gli occhi: seguite scrupolosamente le avvertenze. E attenzione ai bambini!
  • La soda caustica se in grani è igroscopica e quando è esposta all’aria diventando una poltiglia inutilizzabile nel giro di poco tempo
  • La soluzione tende a precipitare se esposta all’aria e diventa inutilizzabile nel giro di qualche settimana se tenuta in un recipiente chiuso, molto meno se lasciata all’aria. Quindi non pensate a quantità industriali
  • La preparazione della soluzione è esotermica: è quindi normale un certo riscaldamento che diventa una sorta esplosione se versate un intero sacchetto in una bacinella.

La soluzione di sviluppo va preparata sciogliendo indicativamente dai 5 ai 20g di NaOH (i sacri testi dicono 7g) in un litro di acqua; se quella del rubinetto è molto calcarea, molti consigliano di prenderla distillata.

Ho parlato di una quantità indicativa perché non penso nessuno abbia la possibilità di pesarla a casa e, del resto, è un’operazione che non serve se si fa qualche prova per trovare la giusta concentrazione. Prendete un cucchiaino scarso di soda, la metto in una bacinella con qualche bicchiere d’acqua e fatela sciogliere con molta cura. A parte si prepara una piccola quantità di soluzione molto concentrata di NaOH (diciamo cinque cucchiaini in un bicchiere), curando attentamente che non rimangano granuli non disciolti (attenzione: quando è concentrata la soda è altamente corrosiva). Quindi si procede con lo sviluppo con la soluzione più diluita; se il processo è troppo lento, aggiungere lentamente un po’ di soluzione concentrata, facendo attenzione che non investa direttamente la basetta. Trovata la concentrazione corretta, può essere utile travasarla in un contenitore chiuso in vetro per usi futuri, scrivendo chiaramente il contenuto (con tanto di teschio e tibie incrociate) ed evitando assolutamente contenitori originariamente per alimenti.

Da notare che una volta preparata la soluzione basica, questa può essere riutilizzata per qualche tempo, praticamente fin tanto che rimane abbastanza trasparente oppure si cominciano a notare depositi sul fondo.

La basetta si immerge nella soluzione di sviluppo con il rame rivolto verso l’alto, usando le opportune precauzioni per evitare schizzi di liquido corrosivo o graffi sulla basetta; in qualche secondo si nota l’inizio della reazione: la superficie della basetta diventa di un colore verde o blu molto scuro, quasi nero. È opportuno agitare molto delicatamente con un pennello morbido la soluzione sulla superficie della basetta, in modo tale da rimuovere la patina nerastra presente e quindi poter vedere le piste, che devono apparire in 20-30 secondi.

Il tempo dello sviluppo deve essere tale da rimuovere completamente il photoresist inutile lasciando però intatte le piste del circuito: l’unico modo di verifica è l’osservazione diretta, tenendo conto che a volte il rame potrebbe sembrare pulito anche se in realtà è ancora ricoperto da una patina semitrasparente. Per una verifica: le prime volte provate a graffiare una zona di rame pulito per essere sicuri che non vi sia nessuna traccia ancora presente. Un metodo utile per riconoscere il termine della reazione è verificare che non ci sia più formazione di liquido nerastro ed attendere quindi ancora qualche istante, sempre usando delicatamente il pennello. Un leggero aumento del tempo di sviluppo non porta problemi particolari, soprattutto se l’esposizione è stata fatta correttamente e il photoresist è di buna qualità.

Per questa lavorazione la temperatura della soluzione non deve essere né troppo bassa né troppo alta: diciamo tra i 20 e i 30°C (i sacri testi dicono 21°C ma non è il caso di usare il termometro).

Una volta accuratamente lavata la basetta (attenzione a non mischiare la NaOH con i liquidi di incisione), si procede con l’incisione in cloruro ferrico. È inutile l’asciugatura o il riscaldamento che tanti consigliano; anzi a volte si rischia di graffiare la superficie, rovinando lo strato protettivo.

E’ meglio non far passare tempo tra l’esposizione, lo sviluppo e l’incisione in quanto con il tempo il photoresist, soprattutto se già sviluppato, perde di resistenza all’incisione e, soprattutto, il rame scoperto tende ad ossidarsi. Dopo l’incisione la basetta potrà invece essere immagazzinata anche per mesi, per poi procedere alla foratura ed alla saldatura.

Per la saldatura non sempre è necessario togliere prima il photoresist, operazione da fare eventualmente all’ultimo momento: a volte è perfettamente saldabile ed aiuta a proteggere il rame dall’ossidazione (prima però fate un test accurato perché non tutti i photoresist sono uguali).

 

Realizzare circuiti stampati – Introduzione

Realizzare circuiti stampati – Parte 1°

Realizzare circuiti stampati – Parte 2°

Realizzare circuiti stampati – Parte 3°

Realizzare circuiti stampati – Parte 4°

Realizzare circuiti stampati – Parte 5°

Realizzare circuiti stampati – Parte 6°

Realizzare circuiti stampati – Parte 7°

Realizzare circuiti stampati – Parte 8°

Realizzare circuiti stampati – Parte 9°

Realizzare circuiti stampati – Parte 10°

Realizzare circuiti stampati – Parte 11°

dal sito Elettronica per cominciare, di Raffaele Ilardo

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