La storiografia racconta che nasce all’alba del primo giorno dell’anno del Signore 1431 a Xàtiva, vicino Valencia. Sangue ispanico, venato di nobiltà che ne favorisce l’ascesa fino al più alto soglio ecclesiastico con il nome di Alessandro VI. Rodrigo Borgia, prima da cardinale e poi da papa (dal 1492 fino alla morte nel 1503) è assoluto protagonista della vita viterbese: politica, sociale, economica, privata. Evidentemente qui non c’è lo spazio adeguato per una sua puntuale biografia né è ciò che interessa, basterà citare alcuni personaggi del tempo che convivono con la sua iconica figura per spiegare la straordinarietà  dell’intreccio. Comunque solo pillole di storia locale. Giulia e Alessandro Farnese, Lucrezia e Cesare Borgia, Orsino Orsini, Gatti e Maganzesi: un cast del primo Rinascimento che in tempi recenti è stato riadattato nella fortunata serie televisiva “I Borgia” con un papa Alessandro mirabilmente interpretato da Jeremy Irons. Egli è ricordato come il più dissoluto nella storia della Chiesa. Scrive il cardinale Egidio da Viterbo nel ‘500: “Sotto di lui non si vide arridere mai un sol segno di pace, ma sempre e dappertutto tenebre fitte e notti tempestose…imperava soltanto l’oro, la violenza e la Venere libertina”. “In lui tutti i vizi furono al massimo grado e le virtù ben poca cosa, se non nulla. La dignità pontificia che sequestrò con tante male arti, non seppe poi conservarla che con pessime”, aggiungerà due secoli più tardi l’arcivescovo Giovanni Domenico Mansi. Rodrigo Borgia arriva per la prima volta a Viterbo nel 1455 come “protettore” della città – scrive lo storico Cesare Pinzi – e vi torna sette anni dopo da cardinale per una fantasmagorica processione del Corpus Domini. Come papa vi entra trionfalmente il 28 ottobre del 1493, dopo essersi fatto precedere dal figlio Cesare e da Alessandro Farnese, fratello di Giulia la Bella, giovanissima e sfolgorante nobildonna di Capodimonte con la quale Rodrigo ha già intrecciato una tormentata relazione. Giulia ha 44 anni meno del papa, ha già un marito, Orsino Orsini, signore di Vasanello, una bimba, Laura, forse figlia dello stesso pontefice e ha un fratello Alessandro nato quasi certamente a Viterbo e che, grazie ai favori della sorella, diventerà prima un giovane porporato (“cardinale della gonnella”, “cardinale fregnese”) e poi salirà addirittura al soglio pontificio come Paolo III°. Uno dei primi interventi di papa Alessandro Borgia è quello di sgomberare dalle “baracche, botteghe e ricoveri posticci” piazza Santo Stefano. Uno sconcio. Ripulita diventerà piazza Alessandrina, ovviamente. Oggi è piazza delle Erbe. Ai primi di novembre vola a Capodimonte invitato, manco a dirlo, dalla famiglia Farnese. Ad attenderlo la splendida Giulia, il fratello e la madre e magari il fagiano ripieno (rosmarino, salvia, cipolla tritata, lardo, chiodi di garofano) di cui il santo padre è ghiotto. Soggiorno lungo e sollazzevole prima del ritorno Roma con sosta non programmata di dieci giorni nella nostra città, colpita da un autentico diluvio. Dieci giorni che costano molto alle già esauste casse comunali: oltre alla riscossione anticipata delle tasse su carni e raccolta di lino, vengono elargiti dall’amministrazione quintali di cera per le candele e migliaia di ducati. Il Borgia viene descritto come “uomo floscio, un po’ abulico e senza decisi propositi”. Forse. Fatto è che già cinque mesi prima di diventare papa praticamente compra la futura elezione donando a Giovanni Michiel, vescovo di Verona, la signoria di Vetralla. E per chi protesta è pronta a scattare la scomunica. La beffa è peggio del danno: saranno perdonati i vetrallesi che hanno appena manifestato l’ardire di respingere la decisione papale. Prova generale di un altro “sfratto” che si concluderà tragicamente un anno dopo. Rodrigo Borgia è divenuto signore di tutte le terre della Chiesa e fa dono del castello di Celleno ad Antoniotto Morton, cardinale inglese di Santa Anastasia e grande elettore, sottraendolo a Giovanni Gatti che è costretto a rinchiudersi nella rocca insieme alla famiglia. La risposta del papa non si fa attendere: “I cellenesi devono scacciare tutti i Gatti o saranno dichiarati ribelli con la conseguenza di perdere tutto, saranno messi a fuoco tutti i loro beni, animali e raccolti compresi”. Partita sospesa perché intanto Alessandro è impegnato a fronteggiare i francesi di Carlo VIII° che sono calati in Italia e sono penetrati anche a Viterbo. Non trascorre però neppure un anno e una banda di mercenari introdottasi nel castello di Celleno passa per le armi un sacerdote e Giovanni Gatti viene decapitato sulla piazza del paese. La responsabilità diretta del papa non è stata mai provata, ma è un fatto che all’eccidio è presente l’abate Bernardino di Alviano al quale Alessandro aveva affidato il regolamento dei conti. “Con Giovanni Gatti – scrive il Pinzi – scompare il più illustre campione dell’antica nobiltà viterbese” anche perché i suoi due “bastardi” vengono banditi e confinati ad almeno 60 miglia da Viterbo e la moglie, Ippolita Baglioni di Perugia, è costretta per il resto dei suoi giorni ad andare raminga tra le famiglie di parenti portandosi dietro le sue quattro bambine, Battistina, Atalanta, Pantasilea e Modesta. A cancellare ogni traccia della casata provvedono i Maganzesi in quel momento – siamo nel 1495 – alleati del pontefice. Questi radono al suolo il palazzo Gatti di Viterbo che sorge dinanzi alla fontana del Sepale (oggi fontana Grande). Di esso resta un moncone che si affaccia su via Cardinal La Fontaine. Papa dissoluto, amante gelosissimo, ma pure padre amorevole: nel dicembre del 1501 avverte – si fa per dire – i nostri Priori che la figlia, Lucrezia Borgia, sposerà in terze nozze il principe ereditario di Ferrara Alfonso e farà tappa a Viterbo prima di raggiungere Roma per il rito nuziale. “Che l’accoglienza della città – è praticamente un ordine – sia degna. Per la festa si mandi a lui quanto più si poteva uccellame e selvaggina nonché capponi, pollastri e galline pei bisogni della mensa papale”. Alessandro lascia la vita terrena il 18 agosto 1503, forse avvelenato durante un banchetto, più verosimilmente a causa della malaria. “Certo l’annuncio della sua morte non suscitò alcun rimpianto nella città”.

 

Giulia Farnese nota come “Giulia la Bella”

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