Una sottile lama grigia taglia l’orizzonte che si estende lungo l’ampio finestrone e fa scoprire in lontananza il lago di Bolsena; sulla parete dietro la scrivania alcune gigantografie, che riuniscono gruppi di studenti, vanno a formare quasi un affresco che incastona una cornice dal colore bronzeo con una quercia punteggiata da foglioline grigie. Eh sì perché il convento de La Quercia è stato una delle sedi dell’Istituto Universitario“Progetto Uomo” e quelle foglioline, inserite corso dopo corso, contano gli anni della sua esistenza. La scrivania ovviamente, l’indispensabile computer, tanti oggetti, libri, libricini, depliant, foto che segnano ricordi, ma pure inevitabili incombenze del presente. Una stanza, meglio dire una plancia, al terzo piano del complesso Cardinal Salotti di Montefiascone, da dove il professor Nicolò Pisanu dirige l’IPU (Istituto Progetto Uomo) sede aggregata dell’Università Pontificia Salesiana, nella Tuscia. Una lunga chiacchierata per cercare di inquadrare al meglio questa “Università degli Educatori” e la figura del suo direttore, uniti in un indissolubile e inequivocabile fil rouge che si chiama Solidarietà. Con la esse maiuscola, certo. Un filo conduttore che il maledetto Covid non è riuscito a stroncare. “Teniamo lezioni settimanali ogni mese e mezzo. A partire dal primo lockdown non le abbiamo sospese, ma semplicemente scarrellate, cioè fatte scivolare. Così per non lasciare soli i ragazzi abbiamo organizzato una serie di seminari a distanza che ci hanno permesso di non diventare soltanto una università telematica, come del resto non possiamo e neppure vogliamo anche per statuto. Non ci interessa offrire unicamente Titoli accademici e competitivi. Oltre tutto abbiamo approfittato della situazione per riattrezzarci sul fronte della didattica a distanza e della distanza integrata”.

Cioè?

“In pratica, fino a quando dureranno le restrizioni, ognuno sta a casa sua, ma le lezioni sono in streaming. Chi vuole può venire a seguirle direttamente, ma nello stesso tempo si possono seguire anche da casa. Questo vale sia per gli studenti che per i professori”.

Quanti sono gli studenti?

“Circa ottocento, tra frequentanti e fuori corso. Sono divisi nel triennio di laurea per Educatore, che permette di accedere anche alla richiesta di Educatore professionale. Si tratta dell’unica laurea in Italia che ha due facoltà: se si vuole lavorare solo nel pedagogico si può conseguire una laurea in Scienze per l’educazione, se si vuole invece fare l’educatore in una Rsa si deve avere l’interfacoltà con Medicina, con l’educatore che si mette al servizio della classe medica. Un cambiamento di assetto recentissimo e che ha provocato sconquassi nel sistema, con gente di 40/50 anni che si è trovata denunciata per abuso di professione e di fronte a una talvolta angosciosa alternativa: prendere una laurea e ottenere una sanatoria o andare a casa. Noi, come altre università, abbiamo aperto percorsi di riqualificazione che ora permettono a tante persone di laurearsi”.

E questo, evidentemente, ha aumentato il numero degli iscritti…

“Certo, il vincolo per gli altri è diventato un’opportunità per noi. Ricapitolando, formiamo Educatori, Pedagogisti e Mediatori culturali grazie ad una laurea triennale per educatore extrascolastico, una triennale per educatore della prima infanzia, due lauree magistrali: una per la programmazione e gestione dei servizi educativi e una in pedagogia sociale e in counseling pedagogico”.

Immaginiamo che la popolazione scolastica sia formata in maggioranza da giovani.

“Andiamo dai 20 ai 50 anni. Il 95% degli studenti è donna. Ci sono anche religiose e sacerdoti. Provenienza da tutta Italia, isole comprese e paesi esteri. Una cinquantina i docenti, assolutamente qualificati. Venticinque anni di attività, che non è garanzia da poco”.

Se io fossi uno studente appena diplomato perché dovrei scegliere questa Università Pontificia piuttosto che un ateneo italiano?

“Per la qualità della formazione che ci viene riconosciuta, che, paradossalmente, pone al centro la persona, cioè lo studente, in vista di una futura funzione di servizio, prima dell’acquisizione di un Titolo accademico; infatti, fra l’altro, riserviamo una particolare attenzione al tirocinio. Anche per questo, non abbiamo la frequenza giornaliera ma mensile, che agevola l’esperienza sul campo e gli studenti lavoratori, parallelamente allo studio. Oltre tutto siamo organizzati in modo che ogni gruppo di matricole abbia un monitore d’aula a disposizione ventiquattro ore su ventiquattro. Attenzione, è più di un tutor. E’ un educatore di lungo corso con il quale, una volta la settimana, si tiene una dinamica di gruppo. Infatti, l’IPU considera l’Educatore come colui che reputa fondamentale la propria maturazione, quale condizione per svolgere di conseguenza la professione”.

Opportunità di lavoro?

Molte richieste e non altrettante risposte. Perché non sempre i nostri cari ragazzi se la sentono di muoversi… pur affermando che non c’è lavoro. Va poi segnalato che, purtroppo, come tante professioni sociali, quella dell’Educatore riscuote pochi riconoscimenti e non sempre viene retribuita dignitosamente.

E come è arrivato a Montefiascone?

Nato a Torino e, dopo la laurea, impatto quotidianamente con il dramma delle tossicodipendenze. Siamo tra gli anni Ottanta e Novanta. Così mi avvicino al Ceis di don Picchi e poiché a quel tempo proprio a Torino stanno aprendo un centro mi mandano a Roma al Centro di Formazione. Più precisamente a Castel Gandolfo, presso la “Casa del sole”. Un gran bel posto. Poi torno a lavorare a Torino. E lì, fra l’altro, mi incaricano di formare i nuovi operatori. Poi ancora a Roma e a Castel Gandolfo ma questa volta come docente nella scuola di formazione. Passano gli anni e la Scuola di Castel Gandolfo si sposta a Capodimonte nel viterbese. Da un lago ad un altro lago, questo di Bolsena. Sì, sono l’uomo dei due laghi. Per farla breve, nel ’95/96 si impone la necessità di creare un corso di laurea per comunità terapeutiche e in quella circostanza mi viene chiesto di prendere in mano la direzione dell’istituto. Lavoriamo qualche anno a Capodimonte però l’ambiente è piccolo e scomodo. Ci trasferiamo a Roma in due sedi, alle Tre Fontane e a Cinecittà. Nel contempo apriamo alcuni corsi a Taranto, Reggio Calabria e Modena. Nel 2000 ci viene offerto il seminario della Quercia. Poi il trasferimento a Vitorchiano presso i padri Dehoniani, da dove siamo costretti a spostarci per problemi logistici. Intanto sta chiudendo il liceo del Cardinal Salotti, qui a Montefiascone. E’ una chance da prendere al volo ed è anche l’ultima tappa. Per ora, non si sa mai. Qui ci troviamo splendidamente; riceviamo riconoscimenti e apprezzamenti anche se il lavoro è tutt’altro che terminato. Per i giovani un luogo ideale per studiare e pianificare il proprio futuro professionale”.

 

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