IL FIORE DI MARTA
Le si era materializzata davanti come un saltimbanco quella cavolo d’auto grigia. Fino al botto improvviso, strano, nessuna contezza del suo arrivo. In quel momento della sua esistenza la sua minuta macchina bianca l’accompagnava indulgente e complice nell’irrequieta intemperanza verso le nuove albe della sua giovane vita. Marta la possedeva con la cura distratta che si riserva agli affetti dei quali ci si sente padroni, che affiorano timidi dal serbatoio discreto dei buoni sentimenti mai colmo eppure sempre incline allo stravaso. Ben presto l’euforia di quell’inaspettato regalo di laurea fece spazio a un’ebbra sensazione di potenza. Lo sguardo di Marta, prima duro, si sciolse in un insolito, fresco chiarore. Anche i tacchi delle sue décolleté nere sui quali aveva appena discusso la tesi di laurea la sollevavano dalla loro stessa scomodità. Le sue gambe, il fondoschiena turgido le infondevano l’inconfessabile piacere di una stabilità primitiva, un tributo esaltante e irresistibile alla sua innata immodestia. Marta maledisse quella frenata che aveva bruscamente travolto la sua indipendenza. “Proprio adesso!”, pensò: “Proprio adesso!”. Scese dall’abitacolo. Una bolla di silenzio l’aveva avvolta. Il traffico scorreva come scorre una pellicola senza sonoro. «Si è fatta male?» Si volse verso la voce che le chiedeva: quella donna era lì, come apparsa dal nulla.    «Sta bene?». La donna parlava, ma i suoi lineamenti sfuggivano al suo volto come acqua che scivola sul marmo. Marta ne era attratta, come trattenuta da un sentimento di amorosa protezione. Pensò di essere caduta in uno stato confusionale che le avrebbe impedito una corretta valutazione dell’accaduto. La “Martamobile”, così, teneramente, la chiamava chi la vedeva arrivare baldanzosa e ballerina, sfrecciava ardita tra i vicoli, audace, a volte incosciente dell’incoscienza di chi si volge verso un orizzonte abbagliante, ora, dopo l’incidente, carcerato dentro un confine rovinoso. Marta confidava in quel piccolo veicolo: era il suo traghetto, il Caronte malandrino che dal passato l’avrebbe trasportata nel futuro. Ora non poteva perdonarle di aver rotto quel sodalizio d’amore per uno stupido incidente, non sopportava che si fosse ammutinata nel momento del maggior bisogno. Quando uscì dall’assenza stordita di quei pensieri, la donna dell’incidente non c’era più. Con stupore s’accorse di stringere nella mano un fiore e un biglietto. “A presto” vi era scritto. Un cortese signore le offrì un passaggio verso casa mentre una pace insolita e sbigottita accompagnava il suo pensiero come se il peso di quel cambiamento brusco e inaspettato si fosse alleggerito nella constatazione dell’incertezza della vita. Appena lasciata dietro le spalle la porta richiusa lentamente col corpo abbandonato udì i suoni di sirene ormai lontane. Bussò alla porta della vicina. «Sa cosa è successo?» chiese, «Sembra un fatto grave.» La vicina parlò di un terribile incidente e di molti feriti trovati dentro le macchine coinvolte. Soltanto una ragazza era rimasta miracolosamente illesa. Sembra guidasse una piccola macchina bianca. Qualcuno, disse la vicina, l’aveva vista allontanarsi in compagnia di una donna. Portava con sé un fiore in mano.
*Laura Sega Marchesini, laureata in Economia, è scrittrice di racconti, saggi e articoli su riviste cartacee e quotidiani online. E’ cantante, cultrice di musica e tiene concerti come voce solista.

 

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