Era stato così contento l’albero quando gli era spuntata vicino una pianta d’edera. Era stato così contento quando gli si era attaccata intorno. Era stato così contento quando se la sentiva crescere addosso. Si sentiva scelto, apprezzato, lusingato da tanto amore. Ancora non sapeva che troppo amore può soffocare.

“E no cara, lo sappiamo tutti ormai che è così, nessuno di noi si illude più che una pianta d’edera ti si avvicini e avvolga per amore, o meglio per amore suo lo fa, a noi, ci condanna alla morte. Inesorabilmente, inevitabilmente, a meno che, qualcuno non ce la tolga di torno, la tagli. Ma questo mi pare che oggi non succeda più, guardati intorno: l’edera è dappertutto, non c’è quercia, pino, abete, tiglio, faggio, acacia, robinia, melia, ulivo, sambuco che si salvi, e dove non arriva l’edera ci soni i rovi che come liane tristi e secche ridiscendono dalle cime conquistate verso terra e lì di nuovo si intersecano con gli altri arbusti di sotto. Ma non vedi che è uno sfacelo? Guardati intorno. Adesso è primavera, tutti gli alberi sono verdi di foglie, ma non vedi ogni tanto spettrali rami secchi spuntare dal verde e salire verso il cielo? Sono quello che eravamo, la testimonianza dolorosa dell’effetto dell’edera, sono già morti e tra poco cadranno mentre per noi è iniziata la lenta agonia.

La rivoluzione green dicono, forse hanno frainteso il significato, e lasciano che il verde cresca disordinato e prepotente ovunque, anche in città non ve la passate molto bene, nelle aiuole e nelle rotonde le erbacce sono più alte delle rose, i marciapiedi non sono più calpestabili, sulla cassia di fronte al poggino non c’è più un filare di tigli ma una siepe, un muro di tigli, nel senso che i cacci che partono da terra sono arrivati alle chiome e con loro si sono uniti, al punto che non solo la banchina non è transitabile ma tra un po’ neanche la strada che ne è in alcuni punti già occupata.

Ma a voi che importa, basta che mettete giù due piantine e state tranquilli, poi se le erbacce se le mangiano non sono affari vostri. Appaltate una macchina per tagliare i rovi a bordo strada proprio quando non ne potete più ma ne favorite l’infoltimento e il rafforzamento. Si soffocheranno le une con le altre, non importa chi prevarrà, secondo la legge naturale le più forti, e pazienza non impicciamoci delle loro lotte intestine, non interferiamo con la natura.

Ah! E perché pensate che non lo fate? Anche l’indifferenza e l’incuria sono interferenze. Eravamo qui per darvi bellezza e ombra e ossigeno ma voi in cambio avreste dovuto prendervi cura di noi e non lo avete fatto. Che vinca il più forte. Non vi basta vedere voi alla luce di questo modo di vivere? Asserviti a questa specie di disordine entropico che ormai non vi lascia, accecati da voi stessi, dall’individualismo, dalla sete di espansione, dal desiderio di prevaricazione, e da questa confusione che vi ottenebra la mente. La stessa a cui avete condannato noi alberi.

“Oddio, è vero, percorro la strada dei cimini e mi si stringe il cuore: non uno non dieci non cento, tutti gli alberi sono avviluppati dall’edera che li sta soffocando e molti, imprigionati, si stanno seccando. Ma anche la vitorchianese,la strada intorno al lago di Vico, la strada del cuculo, una stradina che dalla strada per Marta porta al lago verso Montefiascone e chissà quante altre sono punteggiate da spettri e morti annunciate.

VI PREGO, Comuni, Provincia, Regione, fate qualcosa ognuno per le proprie competenze e SALVATE questi alberi.

Sarà un impegno grosso, un lavoro arduo, ma ne vale la pena, per il bene di tutti, perché siamo tutti legati.

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