MONUMENTO NATURALE CORVIANO


Il Monumento nel territorio della Tuscia


Corviano è un ampio pianoro vulcanico limitato a ovest dal fosso Cannarecchi, a nord-ovest dal Torrente Vezza, a est dal fosso del Martelluzzo, ed è facilmente raggiungibile seguendo una traversa della S.S. Ortana, posta all’altezza del Km. 12.

Si trova alle falde del monte Cimino (1053 metri), un’altura di origine vulcanica rivestita di boschi di castagno e di faggio.

L’Area Protetta fa parte del comprensorio del Monte Cimino, antico edificio vulcanico che vanta due record: è il vulcano più antico del Lazio continentale ( battuto soltanto dall’isola di Ponza ) ed è anche il più alto, superando i 1000 m di quota.

Il Cimino è uno degli apparati vulcanici che costituiscono l’elemento geomorfologico più caratteristico del territorio della provincia di Viterbo e conserva ancora il tìpico aspetto di montagna vulcanica, con una serie di piccole bocche effusive ai lati del monte.

Questo gruppo montuoso venne a crearsi, probabilmente, quasi due milioni di anni fa, tra la fine del Terziario e l’inizio del Quaternario, quando la zona era ancora occupata dal mare. Il suo sollevamento generò un’isola che, conseguentemente all’azione di agenti atmosferici e idrografici del periodo glaciale prima, e quello del disgelo poi ( inizio del Quaternario ), arrivò a saldarsi con le altre isole vulcaniche tosco-laziali ( l’Amiata, il Cetona, i Volsini a nord, la Tolfa a ovest, i Sabatini e gli Albani a sud ) e con i monti dell’Appennino, formando così quella che è l’attuale configurazione della regione.

Il periodo di attività ( collocato tra 1,35 milioni e 800 mila anni fa ) fu caratterizzato da violente fasi esplosive che determinarono l’assestamento dell’area cimina, dove attualmente sono riconoscibili più di cinquanta rilievi collinari.

La matrice vulcanica del territorio ha determinato in maniera rilevante la ricchezza geologica del terreno, su cui è presente, infatti, un consistente numero di cave di tufo, basalto, peperino, lapillo, breccia e ghiaia alla cui formazione hanno contribuito anche il mare e il Tevere che lambiscono la provincia di Viterbo, rispettivamente a ovest e a est.

Nello specifico, la zona è particolarmente interessante anche sotto il profilo strettamente naturalistico e presenta una elevata biodiversità.

Le ripide pareti della rupe sono costituite dai depositi piroclastici sialici eruttati dall’apparato cimino: il “peperino tipico del viterbese”, successivamente ricoperti dalle vulcaniti alcalino-potassiche dell’apparto vicano che inizia la sua attività alla fine di quella cimina ed i cui prodotti in gran parte pedogenizzati sono riconoscibili sulla porzione sommitale della rupe.

La rupe di Corviano è uno dei tanti esempi di come nel passato le valenze geomorfologiche del territorio erano correttamente interpretate e sfruttate: la posizione del castello delle mura e del fossato erano rivolte a rafforzare le difese sull’unico lato, quello meridionale, non protetto da ripide pareti.

Oltre alle cavità rupestri inserite nella rupe ( alcune delle quali si sviluppano talvolta con due o tre ambienti di notevole ampiezza e ricevono aria e luce da grandi aperture ricavate all’esterno della ripida parete ), peculiare è stato anche l’utilizzo a fondo valle dei grandi massi di peperino che si sono staccati dalla rupe, variamente utilizzati sia come luoghi sacri per la loro emergenza sulle altre forme del rilievo, sia per impiantare vigneti.

La vite era piantata alla base di un grosso blocco ed i tralci venivano portati sulla sua superficie e sostenuti da un sistema di pali per garantire una ottimale esposizione. Il calore diretto del sole associato a quello trasmesso dalla roccia favoriva la maturazione dei grappoli. Questo ingegnoso sistema garantiva la possibilità di mitigare le condizioni climatiche del luogo, non particolarmente favorevoli alla coltivazione della vite.

Le caratteristiche geomorfologiche del sito garantivano, inoltre, una facile difendibilità, essendo la rupe protetta su tre lati da ripide pareti plasmate dai naturali processi di modellamento dei versanti, operati dall’incisione fluviale del Torrente Vezza e dei suoi affluenti. Per questo motivo su di esso si sono sviluppati, già in epoche remote, insediamenti antropici i cui resti la rendono attualmente una felice sintesi di ricchezze archeologiche
spetti tipicamente naturalistici

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