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CARATTERISTICHE NATURALI E ANTROPOLOGICHE


La Flora


Attualmente un bosco caducifoglio, governato a ceduo, interessa la maggior parte del territorio; le specie sminanti sono il cerro ( Quercus cerris ) ( 90% ) in consociazione con roverella ( Q. pubescens ), orniello ( Fraxinus ornus ), carpino nero ( Ostrya carpinifolia ). La densità è difforme, con massiva presenza di radure, con matricine in numero di 150-180/ha.

Sotto il profilo della composizione floristica, il pianoro tufaceo è coperto in gran parte da un bosco deciduo di cerro ( Quercus cerris ) e roverella ( Q. pubescens ), le due querce decidue più comuni nel paesaggio della Tuscia; vi si accompagnano, a formare un secondo strato, alberi di minori dimensioni come l’orniello ( Fraxinus ornus ) e l’acero minore ( Acer monspessulanum ), l’acero campestre ( Acer campester ) e più raramente il ciavardello ( Sorbus torminalis ) e il sorbo domestico ( Sorbus domestica ). Dove il tufo affiora più vicino alla superficie, cosicché il suolo è più povero e sottile, la più frugale roverella sostituisce completamente il cerro. Il sottobosco del querceto ospita arbusti come la ginestra dei carbonai ( Cytisus scoparius ) e la coronilla ( Coronilla emerus ), due leguminose dalle belle fioriture gialle; la fillirea ( Phillyrea latifolia ), dal fogliame sempreverde; il ginepro comune ( Juniperus communis ), dagli aghi pungenti, il biancospino ( Crataegus monogyna ). Al suolo crescono piante sempreverdi come l’asparago selvatico ( Asparagus acutifolius ), il pungitopo ( Ruscus aculeatus ) e la Rubia peregrina, una piccola liana appiccicosa; in tarda primavera fioriscono con vistose corolle rosa due grosse piante erbacee tipiche del sottobosco dei querceti, Lychnis flos-cuculi e Lychnis coronaria.

Le radure senza alberi, sui lastroni di tufo affiorante ( in cui il bosco non è presente a causa della totale o quasi assenza del suolo ), o dove il pascolo, l’incendio o il taglio si sono susseguiti in maniera troppo intensa durante il corso degli anni, creano un micro-ambiente particolarmente arido e assolato, che ospita interessanti “isole” di vegetazione strettamente mediterranea. Esse possono essere costituite da nuclei di bassi arbusti sempreverdi e profumati: gli aromatici cisti, dai grandi, fiori rosa e bianchi ( Cistus incanus, Cistus monspeliensis e Citisus salvifolius ), che ricordano delle rose “spiegazzate”; l’osiride ( Osyris alba ), dai fiori minuti ma dall’inebriante profumo di miele ( questa pianta è parente dell’albero del sandalo ); l’elicriso ( Helichrysum italicum ), dal profumo di liquirizia. Oppure, quando il suolo è estremamente povero, si incontrano piccoli nuclei di prateria mediterranea: una vegetazione erbacea costituita da piantine perenni striscianti, come il profumatissimo timo ( Thymus sp. pi ) dai fiorellini rosa o la tuberaria ( Tuberaria guttata ) dai bei fiori gialli, mescolate a minuscole piante annuali come Aegilops geniculata ( una graminacea utilizzata in epoca molto antica come cereale ) e Linaria pellisseriana ( una pianta simile alla bocca di leone, dalle corolle viola ). Questi sono tra gli ambienti più importanti dell’area, sotto il profilo botanico, per la straordinaria ricchezza di specie ( decine di piante diverse in un metro quadrato ), per il fatto di costituire dei frammenti di vegetazione mediterranea lontano dalle coste e perchè ospitano numerose piante rare, protette o dotate di fioriture particolarmente vistose, come le numerose orchidee selvatiche ( tra cui particolarmente frequente la Orchispapilionacea dai fiori rosa ).

Un altro ambiente di grande interesse naturalistico, ma dal microclima completamente opposto, è costituito dal fondo delle forre naturali o delle tagliate artificiali di origine etrusca: qui si hanno condizioni umide e fresche tutto l’anno, che danno rifugio a rigogliosissime felci, come la lingua di cervo ( Phyttitis scolopendrium ) dalle grosse foglie lucide, e ad alberi esigenti di umidità come il nocciolo ( Corylus avellana ) e il carpino bianco ( Carpinus betulus ).

I cigli delle scarpate del pianoro e le zone rupestri ospitano alberi e arbusti specializzati per questi ambienti, come il bagolaro ( Celtis australis ) dalla bella corteccia argentea, o il terebinto ( Pistacia terebinthus ), arbusto simile al pistacchio, che in autunno assume un caldo colore rossastro; talora sono presenti nuclei di leccio ( Quercus ilex ).


La Fauna


I valloni tufacei di quest’angolo di viterbese, grazie alla presenza di rupi tufacee anche di notevole sviluppo e di accesso remoto, offrono le condizioni ideali per la nidificazione di alcune specie di uccelli rapaci come il falco pellegrino e il più raro lanario.

Tuttavia, al momento non è possibile fornire un quadro esaustivo delle specie presenti nell’area del Monumento Naturale di Corviano, studi più approfonditi sono attualmente in corso. Nella zona sono stati ritrovati comunque i segni della presenza del riccio ( Erinaceus europaeus ), della donnola ( Mustela nivalis ), della volpe ( Vulpes vulpes ), dell’Istrice ( Hystrix cristata ), del Ghiro ( Glis glis ), per quanto riguarda gli ungulati nell’area è diffuso il cinghiale ( Sus scrofa ).


Archeologia


L’area era certamente antropizzata in età preromana e romana, quando il territorio venne dotato dalla via publica Ferentiensis che, staccandosi dalla via Cassia, assicurava i traffici commerciali verso la Valle del Tevere. Per le sue caratteristiche strategiche e per la sua facile difendibilità, il luogo è stato occupato già dall’altomedioevo da un insediamento potenziando le difese naturali con la costruzione di un solido muro ( m.1,80 di spessore ) costruito, nei primi 40 metri, ai limiti di un fossato di circa 10 metri di profondità, che cinge l’abitato sui lati deboli e che trova calzanti confronti, nella tecnica costruttiva, con la fortificazione di Ferento ( databile tra VI e VII secolo ). Una chiesa, scavata da Joselita Raspi Serra, ed una necropoli con sepolture antropomorfe “a logette” e “a cassone” testimoniano ulteriormente la frequentazione del sito fin dal primo medioevo, periodo in cui Corviano può essere inserito nel sistema difensivo della fascia di confine tra bizantini e longobardi.

Si possono quindi attribuire la serie di cavità rupestri con ingressi parietali soprattutto a questo momento, senza poter escludere, naturalmente il riutilizzo di cavità preesistenti.

L’insediamento medievale appare citato nelle fonti alla fine dell’XI secolo e ancora agli inizi del ‘200 in Corviano compaiono localizzati una serie di beni appartenenti alla chiesa viterbese di S. Bonifacio e Stefano.

Le emergenze medievali che tuttora si osservano sul pianoro testimoniano indubbiamente i momenti salienti della vita del sito nei secoli che vanno dall’XI al XTV secolo. Una residenza signorile fortificata, costituita da un recinto e da una serie di muri, ancora in parte visibili all’interno dove è possibile riconoscere anche la base di una torre, è posizionata lungo il ciglio settentrionale del pianoro. L’analisi delle murature ha messo in evidenza due momenti costruttivi attribuibili alla fine XI-XII secolo ( prima fase ) ed alla fine XIII-XTV secolo ( seconda fase ), periodo in cui il castello ha subito importanti trasformazioni edilizie ed un nuovo potenziamento delle difese.

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